Quello che non si dovrebbe mai dire sono i segreti, la famosa cucina interna che, se rivelata, dovrebbe rovinare l’opera. E se la rivelazione di questo segreto, di questa cucina, di questa domesticità della creazione, ci permettesse di percepire meglio la produzione dell’artista? Questo è ciò che non si dovrebbe mai dire.

Contesto

Adriano Costa è stato invitato a Terzo Fronte intorno all’idea di politica dell’esperienza, termine usato dal gruppo di attivisti gay italiani FUORI alla fine degli anni ’60 “come lavoro quotidiano di consapevolezza e costruzione di se stessi a partire dall’incontro con il collettivo e, soprattutto, dall’esperienza che il corpo fa della dominazione ideologica ed economica “*.

Questo progetto di residenza ed esposizione voleva essere un viaggio attraverso la città, un luogo di raccolta di materiali che sarebbero poi stati usati nella produzione delle sculture di Adriano.
A Roma, da metà marzo a fine aprile, non ha costruito un ritratto dell’est della città, ma una sorta di ritratto della nostra Roma interiore. Non sono i resti di una Roma antica, ma una certa Roma domestica. A San Lorenzo ci imbattiamo in chimere, costruite come esseri a più teste a partire da materiali racimolati nella pianura e nei dintorni. Ma cosa possono dire i nostri oggetti interiori della nostra vita esteriore?

Terzo Fronte è un appartamento, un luogo di vita, continuiamo a dire. È un’esperienza che ci permette di vivere insieme, di scambiare oltre al contesto professionale, di condividere un’esistenza e di trasformare il rapporto curatore-artista in un rapporto quotidiano e domestico.

Ci incontriamo ogni mattina in cucina.
Si dice buongiorno, a seconda dello stato.
– Vuoi del caffè?
– Voglio di più.

HUMANONLY, ma con una separazione tra ciascuna delle lettere, ci ha detto il primo giorno. Human only, è l’ortografia che il correttore di bozze cerca di impormi. H U M A N O N L Y = Alterità=il maltrattamento degli umani gli uni verso gli altri=l’ossessione politica di costruire muri per separare=violenza, a volte di oggetti transitivi=la paura di essere soli=o==≈=≠
“Purtroppo vivere insieme, non importa la dimensione del gruppo o della comunità è, come minimo, difficile. Quello che vogliamo fare qui è richiamare l’attenzione del pubblico su questa nostra tendenza, o necessità di lotta“.
Nonostante tutto questo ci ha detto: “Ma, dobbiamo essere chiari: io continuo a credere nell’ARTE come forza collettiva“, così abbiamo continuato.

L’idea è quella di immergersi insieme in un’esperienza che corrisponde ai nostri desideri, l’esperienza che possiamo fare con i nostri mezzi semplici ed elementari. Come si vive insieme al di fuori della forma convenzionale delle produzioni? Come facciamo a creare con il budget della vita quotidiana? Non possiamo fare altrimenti, è vero, ma rivela anche che c’è un desiderio, un desiderio profondo.

TRANSIZIONE

La seconda parte della mostra, che avrà luogo ad Atene, sarà introdotta da un viaggio durante il quale sarà girato il film “Così Teseo, liberato da questa prigionia, tornò ad Atene”. Un viaggio tra due città antiche, una Fiat panda, le terre italiane, il traghetto di notte e un po’ di mattina fino alla traversata da Patrasso ad Atene. Il film è il momento tra due mostre, nella macchina ci possono essere opere d’arte che sono scappate da Roma, ma è impossibile percepirle perché sono fatte di oggetti quotidiani. La telecamera filma la possibile nascita di una futura mostra, gli oggetti che vi prenderanno forma, quelli che ci sono arrivati durante il viaggio. Filma anche la realtà del lavoro, il bisogno di solitudine, il collettivo, la gioia, le conversazioni, l’economia traballante.
Ci sono i curatori, l’artista, gli assenti e poi quelli che vorremmo avere vicino per sostenere la routine quotidiana. Quelli che mancano o che sono lì, da lontano.

In queste 24 ore di viaggio, le mostre e i loro luoghi non appaiono, “Così Teseo, liberato da questa prigionia, tornò ad Atene” è un film porta a porta, è la costruzione e l’attraversamento dell’esperienza che viene mostrato, incontriamo gli inizi della mostra, questa cucina di cui non si dovrebbe mai parlare.

*Metodi e contenuti dei primi incontri del gruppo FUORI! a Milano” Corrado Levi,
Fuori n°3 settembre 1972

Adriano Costa (1975, San Paolo) vive e lavora a San Paolo, Brasile.

Accendendo una tensione tra umorismo e politico, Adriano Costa espone le sfumature del sistemi di valori culturali posti sugli oggetti. Le sue opere non sono regolate da regole o idee specifiche, abitano invece in un regno di neutralità, incorporando materiali disparati come cemento, carta, bronzo, stoffa, filo metallico, legno e innumerevoli altri detriti. Molto di più sulla realtà attraverso l’uso dell’ironia tragica rispetto all’originalità all’interno del processo di creazione, Costa provoca a riflessione sul valore reale delle opere d’arte, affrontando la questione di come materiali ordinari o anche i materiali nobili possono essere trasmutati in un oggetto d’arte e viceversa.

Tra le sue mostre personali flowers and holes (glory), Mendes Wood DM, São Paulo (2021); ROCKWHORESHOW, Nuno Centeno, Porto (2019); wetANDsomeOLDstuffVANDALIZEDbyTHEartist, Kölnischer Kunstverein, Cologne (2018); B A I L E, Instituto Tomie Ohtake, São Paulo (2018); DearMeatCutsDevilMayCry, David Kordansky Gallery, Los Angeles (2016); Every Camel Tells a Story, Mendes Wood DM, São Paulo (2015).
Inoltre, il suo lavoro è stato incluso in mostre collettive istituzionali come Breaking The Waves, Chi K11 Art Museum,Shanghai (2021); Everyday Poetics, Seattle Art Museum, Seattle (2017); Frucht & Faulheit, Lothringer13 Halle, Münich (2017); IMAGINE BRAZIL, Astrup Fearnley Museet, Oslo & Musee D’Art Contemporain de Lyon, France (2014).